
Premessa
Come racconto oggi propongo un estratto dal mio primo romanzo pubblicato dieci anni fa, prima di approdare sul web.
Come molti altri capitoli è strutturato in modo tale da poter essere letto anche come brano autoconclusivo.
Non mi viene naturale, trovandolo forzato, dare una spiegazione (o un significato oltre al mero intrettenimento) a quello che scrivo, però se può aiutare…
Il brano che leggerete è fortemente onirico. Il Turista, una delle quattro voci narranti del romanzo, si troverà inaspettatamente all'interno di uno dei palazzi più iconici della Serenissima: Ca' Labia.
Mi chiedo: l'onirico potrebbe essere visto come una realtà alternativa, o una variante ad essa vicina, visto che quando ci si vive difficilmente si ha cognizione di trovarcisi? Senza contare che il sogno per folle che sia a volte è più reale della realtà?
E ancora: l'avventura in noi stessi, magari regredendo alla fanciullezza, siamo sicuri che non influenzi la nostra percezione?
Qualche traccia di quanto vissuto in questi mondi potrebbe trascinarci in un cortocircuito o una sorta di incopatibilità di pensiero razionale inaspettata, come ad esempio provare un vergognoso senso di pudore… sapevo che era meglio se non spiegavo! (Si scherza).
Buona lettura.
Ah! Dimenticavo. Tolta la foto sopra di Ca' Labia, le altre immagini a corredo del testo le ho create con AI di Meta. Ero indeciso se metterle; da una parte premiano il coinvolgimento, dall'altra possono inficiare l'imamgine mentale del lettore. Quindi, se mi fate sapere che ne pensate, circa le immagini, ve ne sarei grato.
***
C'è una canzone di Vivaldi che mi ricorda un momento particolare di Venezia. Non sono un esperto del compositore, quindi non ne conosco il nome o la classificazione, ma quando l'ascolto mi assale un gran senso di malinconia e di nostalgia, come ad indicarmi un passato vissuto ma che non riesco a identificare. Contemporaneamente affiora nella mia mente un'immagine, come in una vecchia cartolina ma in lento movimento; gondole all'ormeggio allineate in parallelo che lentamente dondolano quasi a sfiorarsi, talmente a piano che i fiocchi che vi cadono sopra sembrano fermi, sospesi nell'aria. I curiosi abbellimenti metallici posti davanti; i ''dolfin'', visti di lato, si muovono come in una gara al rallentatore di cavalli a dondolo.

Me ne vado a spasso fin dalle prime luci dell'alba, e ora inizio a sentire un po' di freddo, quello da stanchezza.
Pensierosamente, finalmente mi trovo sulla fondamenta, sotto al palazzo, quasi schiacciato, (poeticamente tramortito), dalla sua magnificenza. Nel '700, giungervi in gondola, di notte, dev'essere stato impressionante.
Visto da qui è bellissimo! Ne sento quasi l'odore, mescolato al profumo delle alghe esposte all'aria ghiacciata del mattino.
Sto osservando una delle creature sul cornicione, intento a coglierne il significato, quando mi sorprende un senso di angoscia, come un presentimento, ma subito seguito da una leggera euforia.
Il cielo dietro a Ca' Labia si fa grigio e scuro. Due enormi nuvoloni si stanno muovendo a spirale, quasi a rincorresi verso l'alto... chissà se Tiziano fu ispirato da una cosa simile per l'Assunta dei Frari.
La mia attenzione viene richiamata da delle urla. Mi giro di scatto, e vedo alla mia destra, sul ponte che dà al campo, un ragazzino fuggire di corsa. Subito compare anche l'inseguitore; un clown altissimo, con delle scarpe lunghissime.
Il ragazzino continua ad urlare quasi buffamente, come stessero facendo uno scherzo ai presenti. Nella sua corsa, sfortunatamente, scendendo dal ponte, decide di imboccare, (accidenti a lui), la mia direzione anziché continuare dritto verso Campo San Geremia.
Scivola su un gradino, ma ce la fa e riparte, ancora più deciso, sempre più vicino.
Mi coglie un'ansia fortissima; come quando in classe si ha la certezza di essere chiamati a un'interrogazione a cui non si è preparati, andrà sicuramente male, non c'è via di scampo.
Ora, tocca all'inseguitore fare uno scivolone. Stesso punto. La potenza nel rimettersi in piedi è tale che i primi passi li muove con una parte della scarpa destra ripiegata su sé stessa. Sta per ricadere, ma a questo punto allunga la falcata e il ritmo, saltando come fanno gli atleti prima di arrivare sulla soglia del salto-triplo. I grossi pantaloni color oro a palline rosse si gonfiano sempre di più.

Nel frattempo mi passa davanti di corsa il ragazzino, magro e malvestito, uscito da un racconto di Dickens. Arriva fino in fondo la fondamenta e facendo il pelo a due turisti in posa per una fotografia si getta in acqua, proprio dove i due grandi canali si incontrano.
Lo slancio nel tuffo è talmente forte che quasi va a sbattere contro un vaporetto in navigazione verso la stazione. Sorrido alla scena e un po' assorto, senza motivo, penso al gancio sul naso di Cleopatra di Ca' Labia, da cui, in tempi passati, partiva il filo stendibiancheria.
Purtroppo non mi accorgo che il clown inseguitore, nel frattempo avvicinatosi, sta perdendo l'equilibrio inciampando nuovamente, causa la lunga scarpa ancora ripiegata su se stessa. Giunto ormai a due metri, finisce catapultato direttamente su di me.
Sento il tonfo dei nostri corpi che si schiacciano, come se assistessi inebetito alla scena da lontano. Rimango un pochino in questo stato, poi ritorno.
Mi mancano sia il respiro sia la vista. Sento il sapore di sangue che mi sale dai polmoni alla gola, ai primi timidi tentativi di muovere il diaframma.
Il fischio assordante dovuto all'urto si sta affievolendo, lasciando spazio alle voci ancora lontane dei primi soccorritori. Qualcuno dice a un altro che il botto si è sentito perfino da dietro il Campo San Geremia.
“Fiol, te se fortunà! Poteva andarti molto peggio!”, dice una signora con due grosse borse della spesa. Mi dico: [peggio di cosi? Sono quasi morto!]
La vista sta tornando. Nonostante nel gran vociare mi raccomandino di stare fermo e sdraiato, ormai mi sono seduto con le gambe incrociate.
Volgendo lo sguardo alla mia sinistra vedo a terra delle grosse rovine di pietra. Con un fremito al petto alzo faticosamente lo sguardo a Ca' Labia, notando che manca il mostro che stava sul cornicione.
Confuso inizio a mormorare del piccolo Oliver, inseguito da un alto clown con le scarpe lunghe e gialle... ma subito una signora compassionevole da dietro esclama: “Poverino, vivo per miracolo ma sotto shock!”
Capisco dai volti increduli dei miei soccorritori che forse è meglio lasciar correre la storia del povero Oliver (Twist), inseguito dal feroce clown, in fin dei conti io questa mattina volevo semplicemente girare tra i campi veneziani, a spasso, ascoltando le campane... [Ma che succede? Dove siete tutti?]
Svengo.

No, decisamente no. Il chiodo ad anello sul naso di Cleopatra non c'è più, o perlomeno da dove sto sdraiato non si vede.
Incredibile, sono dentro a Ca' Labia!
Pur conoscendola dai libri molto bene, non l'avevo mai visitata; c'era un iter di prenotazioni tali da seguire, da far prevalere la mia pigrizia organizzativa. Tra tante che ne aveva passate questo palazzo, ora vi si trovava un'emittente televisiva che se ne prendeva cura.
Scoppio a ridere al pensiero di turisti sudaticci, in canottiera e infradito, che camminano indifferenti dietro alla conduttrice di una diretta TG, morsicando di tanto in tanto un panino e sorseggiando rumorosamente da una cannuccia infilata in un bicchiere di plastica. Tutto questo non staccando mai lo sguardo dai soffitti dei Tiepolo.
Mi si avvicina una signora enorme; fortunatamente l'espressione del viso non incute timore, anzi, sembra tenera e affettuosa. Mi alzo di scatto mettendomi seduto. Mi accorgo che sono sopra uno sdraio di tela verde, uguale a quelli che si usavano nei dormitori dei bambini negli anni della mia infanzia. Mi sento diverso, molto più giovane, come se il mio corpo fosse ridiventato bambino.
Percepisco una figura dietro di me, mi giro un po' scosso e vedo un'altra Cleopatra. La vista è leggermente annebbiata ma mi sforzo di metterle a fuoco il volto. C'è'! Eccome se c'è'! Fatto ad anello, leggermente ossidato dal tempo, ma lucido e metallico all'interno.
La grossa signora, truccata come se fosse un clown femmina, col viso bianco di talco e due belle ciliegine rosse sulle guance, mi prende il braccio invitandomi a stendermi. Sta per fare una puntura sul bicipite mentre scuote la testa come a dire ''non preoccuparti ora va tutto a posto''. Infatti mi sto rilassando, sento il mio respiro da irregolare farsi sempre più profondo e ciclico. Il dolore al diaframma sta svanendo. Sto per addormentarmi.
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Con la leggerezza tipica del sogno che ci accompagna in quell'attimo prima del sonno, mi compare sopra, messa a cavalcioni, una ragazzina dai capelli lunghi, neri, raccolti a coda di cavallo, col volto dai tratti molto decisi, vestita con una vestaglietta bianca un po' logora, mentre attacca attraverso un'asola il filo che sarà destinato a reggere i panni stesi.
Lo fa gentilmente passare attraverso l'apertura dell'anello conficcato sul naso di Cleopatra, sopra la mia testa, mentre i nostri sguardi si incrociano. Poi si allontana trattenendone teatralmente la cima tra pollice e indice, con il braccio destro alzato, e la mano sinistra appoggiata sul fianco, sorridendo.
Sta per scomparire dalla mia vista, quando con uno scatto rapido si gira verso di me, facendo oscillare la lunga coda. Si avvicina a lunghi e pesanti passi, quasi inciampando, ma decisa, dovuti a dei lunghi e larghi stivali neri, sproporzionati, forse di un adulto messi per gioco, e mi bacia sulla bocca.
Sorpreso, chiudo gli occhi. Il contatto è forte, rozzo e talmente innocente, (inesperto), da lasciarmi dell'abbondante saliva sulle labbra e sulla punta del naso.
Mi coglie un brivido esplosivo in tutto il corpo, apro gli occhi ma già è scappata.
Ora, mista allo stupore, sta affiorando una sensazione molto forte. È eccitazione pura. La sua saliva si sta raffreddando e ne sento l'odore così intenso, così diverso, quasi volesse impossessarsi di me.
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Mi sto per addormentare di nuovo, ma all'eccitazione si accompagna la consapevolezza che mi sto trasformando in una persona più grande.
Scivolo via. Non sono su un lettino di tela verde ma su un comodo divano di pelle marrone. Cerco di catturare qualcosa dell'esperienza appena conclusasi. Sono molto eccitato. Contemporaneamente però inizio a sentirmi un po'... sporco. La consapevolezza sempre più chiara di non essere un bambino, frena completamente il desiderio di rincorrere quella ragazzina, che senza dubbi ha lasciato un segno indelebile in me piccino.
Progressivamente mi ritrovo adulto, percependo gli anni e gli eccessi da vizi, per lustri subiti dal mio corpo. Alcuni attimi prima di dormire e sento chiamare un'infermiera.
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