google-site-verification=j8H4iGAGU5ghOqzdGdlHtwVkAXsIg88Aqoi1YgLHk2U
4dc94132d72119acf52a1a641a7bbe9c787e4fdc

©

Il Turista - in vaporetto

16/05/2026 06:55

Andrea Perin

LETTURE, RACCONTI,

Il Turista - in vaporetto

Ecco perché in questi momenti non ci sono persone in questa città. È un atto di massimo narcisismo rapportarcisi, come non trovarsi e sentirsi soli!

aqnunmdiwhp1jvtq4k-ni4qllhdaye6elj4m6ro5zxqqvk7nihxmwtn8dstmph0zembywgjqag-zoepyel3mttyk.jpeg

 

Un estratto da La Portante di Venezia

 

L'immagine l'ho creata con AI Meta per accompagnare il testo.

 

***
È notte. 
Meglio; è notte per un posto come Venezia.
Sono circa le dieci di sera di un freddo e umido mese di Novembre. 
Sto seduto dietro, all’aperto, sul vaporetto linea 1: Piazzale Roma-Lido, messo di spalle al senso di marcia. 
Abbiamo navigato quasi tutto il Canal Grande, stiamo lasciando, sulla mia sinistra, Ca' Foscari, direzione San Marco. 
Standosene fuori al freddo, (per stanotte danno neve), si sentono chiaramente le minime variazioni di temperatura e di qualità dell'aria a seconda di come si posiziona e vira il vaporetto, se ormeggia a destra o a sinistra del Canalasso. 
La coppia di stranieri, seduta fuori con me, molto eterogenea di razza, è da poco scesa. 
Si sono presi la loro bella ghiacciata. Però hanno resistito, fino al momento di scendere. Lo so. Capisco: catturati ed imbambolati da una sensazione unica, forse, purtroppo, a loro irripetibile. 
Ora posso vedere in solitudine questo pezzo del Canal Grande in tutta la sua unicità. Ora sono solo a ghiacciarmi, io sul vaporetto e basta, visto che non ho neanche la forza per girarmi verso l’interno, per vedere la mia compagna. Così, se va tutto bene. E, perché no, in cerca di conforto, di un po' di calore a distanza.
Sui pontoni, (i pontili galleggianti), non si vede nessuno. 
Mentre lasciamo l’ormeggio, senza muovere il capo ritratto e cementificato dal freddo nell’alto collo del piumino, roteo gli occhi per individuare dove la coppia molto eterogenea di razza si farà inghiottire dalle fredde calli. Ma non vedo nessuno. Non c’è più nessuno. Messi i piedi fuori dal pontone, porta di transito sospesa tra mondi, sono spariti. 
Il vaporetto intanto è ripartito.  
Sulla mia sinistra, in un palazzo gotico, tra fioche luci giallognole d'antiche tonalità, vedo un ovale gigante, grande forse quanto la facciata di una casa normale. Un ritratto di doge con la mano allungata per dare degli spiccioli. Il dipinto è atemporale, sembra esservi sempre stato, già dai tempi in cui i palazzi erano di legno; umide assi e chiodi su dei pali impiantati nelle melme lagunari. 
I marmi, gli intarsi, le lacche, tutto il resto vi è stato incollato attorno, dopo.
In un altro palazzo a seguire, si scorgono delle librerie, in altri decori, lacche e soffitti a cassettoni alla veneziana, impreziositi da antichi lampadari, sicuramente opera di maestri muranesi. 
Incredibilmente, però, non riesco a vedere nessuno. Sono sicuro che se avessi la forza di staccare il sedere dalle mani ormai ghiacciate, su cui sto seduto, e ruotare la testa per girarmi a dare un’occhiata all’intero del vaporetto, non vedrei nessuno. Perché rischiare! Sono solo. E allora?
Ripenso alla coppia scesa ormai da cinque minuti e a quello che provavo le prime volte che percorrevo questo canale, specialmente la prima volta, anni fa, di sera. 
Ero al mio massimo innamoramento per questo luogo. Ogni tanto, di giorno, la sera, al lavoro, a cena, mentre mi radevo, si faceva sentire con un inaspettato rapidissimo ma intenso formicolio al cuore. Ed io capivo e mi dicevo ''Certamente! Ci vediamo domenica''. Come la prima cotta adolescenziale.
Peccato; ora il rapporto è maturato, forti ed in parte incomprensibili sensazioni hanno lasciato il posto a pensieri e situazioni ben più razionali. Quella chiesa, quella pala, quel museo, orari treni, vaporetti, ecc.
Sto per finire il mio viaggio sul Canal Grande, ancora smanioso di ritrovarvi quei momenti di quasi adolescenziale infatuazione, quando all’improvviso mi accorgo che mi sta: guardando? Ponderando Considerando? 
Sì! Ci sono e ne faccio parte!
Niente di traducibile per questo nostro mondo, ma penso, privilegiato senza vanità, che la città si sia come accorta di me.
Nella sua apparente austerità, tutt’altro che dovuta a una malinconica percezione di decadenza ma bensì alla più banale grandezza estetica, per un attimo mi ci sento parte. Ecco perché in questi momenti non ci sono persone in questa città. È un atto di massimo narcisismo rapportarcisi, come non trovarsi e sentirsi soli! 
E, finalmente, ad un tratto capisco che ci siamo, la sento, è vicina. Pulsa. La sto per afferrare, eccola vicinissima!
Ma come sempre mi ha sfiorato, per un attimo, di un soffio. 
Il bellissimo pensiero portante mi è sfuggito. Non mi resta che un’ombra dell’originale. Uno sciupato, quasi taroccato, ricordo.
Torno in me, con uno scatto condizionato mi giro verso l’interno e vedo nuovamente pulsare la vita. Mi ci avvicino come provenissi da un altro mondo; dal freddo glaciale di uno stretto canale di traverso, là, in fondo, al buio, tra quei scuri palazzi emergenti dalle fredde acque. 
I vetri sono appannati, fuori è buio e riflettono buio. 
La mia compagna dal rosso cappellino di lana, sta là seduta nelle file di destra, in mezzo al folto branco ''d'appannatori'' di vetri, facendosi strada tra i bui riflessi, curiosando dentro le nobili dimore. 

 

***

©